giovedì 10 gennaio 2013

POLARITA' IN GRAFOLOGIA - Bianco e Nero





«Quello che sei parla tanto forte che non riesco a sentire cosa dici»
(R. W. Emerson)

Che il linguaggio sia uno strumento di comunicazione è noto. Esso è il riflesso dell’essere umano, e come tale è organizzato con la stessa struttura. L’uomo, attraverso il linguaggio, sia esso scritto o orale, descrive e rappresenta se stesso ed il modo in cui è in inserito nel mondo di cui fa parte. L’Universo, l’uomo che lo abita e la scrittura che egli esprime hanno la stessa impalcatura, poiché rispondono alle stesse leggi universali: la legge della polarità, la “colonna vertebrale” che sostiene gli equilibri tra due forze opposte, in rapporto dinamico e complementare.

Se il linguaggio è uno strumento per trasferire all’esterno pensieri, opinioni ed emozioni, nel campo della grafologia, il percorso è inverso, cioè lo studio del linguaggio scritto parte dal prodotto grafico per giungere all’identità dello scrivente, e sondare gli equilibri tra le polarità che lo sostengono. In ambito grafologico, infatti, molteplici sono gli aspetti che vengono approfonditi, e diversi poggiano i loro equilibri su un asse polare.

Una delle polarità base della grafologia è la dialettica tra Bianco e Nero.

Quando noi comunichiamo, per esempio attraverso un manoscritto, trattiamo non solo determinate argomentazioni, ma esprimiamo anche il nostro modo di essere. Che lo vogliamo o meno, che ne siamo coscienti o no, lasciamo sul foglio la nostra impronta personale, che parlerà di diversi aspetti del nostro io.

Il messaggio scritto è veicolo di un’informazione che corre sui binari della coscienza, cioè trasmette un’informazione esplicita che viene decodificata e compresa dall’interlocutore che abbia appreso lo stesso codice linguistico. Questo messaggio si dichiara attraverso l’inchiostro che facciamo scorrere nello spazio del foglio. Per semplicità si attribuisce allo scritto il colore Nero indipendentemente dal tipo di colore d’inchiostro scelto. A seconda della forza che viene impressa allo strumento scrivente, e degli spazi che vengono lasciati tra le parole, lettere o righe, il Nero può imporsi e soffocare il Bianco del foglio oppure essere isolato, se non addirittura sommerso dall’”alta marea” del  Bianco che emerge e può diventare dominante.
Il movimento della penna che scrive e propone il proprio messaggio solo apparentemente s’impone sul Bianco, ma non è l’unico elemento che anima la scrittura. Al contrario, lo scritto è il risultato della dinamica interazione delle due componenti che operano nel gesto della scrittura. Sarà il modo in cui lo scrivente traccerà i suoi passi sul foglio a lasciare esprimere in modo più o meno armonioso il dialogo tra Nero e Bianco. Entrambi trasmettono quindi un proprio messaggio, e nonostante quanto possiamo credere, non sempre la conversazione tra questi due aspetti del nostro essere è così serena ed unisonante.
 


Con il Nero, il linguaggio scritto, traduciamo volontariamente il contenuto di pensieri consci in parole, che vengono espressi in forma simbolica attraverso la scrittura. In altri termini, l’emittente impulsa un messaggio volontario affinché il ricevente ne colga consapevolmente il contenuto e risponda di conseguenza. Tale contenuto può riguardare qualsiasi argomento, abbracciare tutti i campi della conoscenza, dell’interesse e variare opportunamente secondo le circostanze. Il linguaggio come strumento espressivo viene appreso nei primi anni di vita, attraverso simboli scritti, i grafemi (o verbali, i fonemi), codificati e riconosciuti all’interno di uno stesso gruppo linguistico-culturale. Distinti gruppi linguistici utilizzeranno codici e tecniche di apprendimento diverse per un unico fine: imparare a tradurre i propri pensieri in parole, o immagini disegnate. A livello neurologico questo processo viene elaborato principalmente da specifiche aree di cervello di più recente evoluzione filogenetica, contenute nella corteccia cerebrale, e che supporta le funzioni cognitive e neuro-motorie dell’essere umano. Queste aree sono deputate allo sviluppo di un pensiero cosciente ed alla sua trasduzione in forma scritta, sfruttando il sistema neuromotorio che controlla i muscoli che impugnano lo strumento scrittorio.
Il Nero veicola perciò un’informazione volontaria, quindi sottostà alle regole di apprendimento di un linguaggio codificato. La capacità di comprendere un messaggio è insita in tutti coloro che hanno appreso lo stesso codice linguistico dell’interlocutore. Pensiamo ad un turista italiano davanti alla imperiale Città Proibita. Se ha imparato la lingua dell’“Imperatore Giallo” si troverà più agevolato nella comunicazione rispetto ad un suo compatriota che, ignorando totalmente questo codice linguistico, non potrà nemmeno leggere né comprendere i cartelli che indicano la biglietteria.

Ma nel momento stesso in cui la persona comunica attraverso espressioni linguistiche codificate e coscienti, oltre al contenuto che vuole trasmettere attraverso il Nero, emerge dal Bianco un corteo di informazioni che trascendono il messaggio stesso, e traducono inconsciamente la segreta ed intima identità di colui che lo emette ed il rapporto che ha con il suo intorno. Questo perché il Bianco rappresenta tutto il “mondo” del possibile, delle opportunità, le potenzialità. “Dare carta bianca” equivale a lasciare libertà di scelta a tutte le decisioni, ed una volta presa la propria posizione essa si dovrà esprimere “nero su bianco”. E’ spiegabile in questo modo il “blocco dello scrittore”, che si paralizza davanti al Bianco del foglio, non riuscendo a far emergere da questo le proprie riflessioni amalgamate nella nube dei pensieri che non riescono a prendere forma. Così, il Bianco, apparentemente passivo ed inerte, traccia gli invisibili percorsi che il Nero dovrà solcare, rendendo così manifesto, attraverso il movimento della penna, il messaggio dell’Inconscio. Il Bianco esprime infatti contenuti inconsci, ed è solo parzialmente suscettibile alle circostanze.

I significati del Bianco, dell’Inconscio, non sono facilmente percettibili, né per gli interlocutori e spesso nemmeno per colui che li comunica. I messaggi che esso trasmette non hanno una direzione, cioè non sono rivolti ad un destinatario preciso. Non sono controllati dalle facoltà cognitive ma vengono elaborati principalmente da aree cerebrali subcorticali non ancora completamente definite, che modulano la parte inconscia della persona, principalmente gli aspetti emotivi, e non rispondono a regole acquisite o dettami culturali. Da queste aree i messaggi sono trasmessi e riconosciuti con modalità altrettanto inconsce. E’ esperienza comune percepire, per esempio, il buonumore della cassiera al supermercato, senza conoscerla personalmente o saperne le ragioni. Questi messaggi inconsci non utilizzano codici predefiniti, ma vengono trasmessi attraverso meccanismi simbolici inconsci, che coinvolgono spesso aree cerebrali deputate al ragionamento di tipo analogico ed irrazionale, localizzate prevalentemente nell’emisfero destro, che secondo Freud era anche l’emisfero dell’inconscio.
Il Bianco è il messaggero delle nostre emozioni, dei nostri punti deboli e delle nostre  ambizioni, anche quelle più recondite e celate. Ciò significa che ciò che volontariamente scriviamo come espressione dei nostri pensieri, non necessariamente corrisponde a ciò che proviamo intimamente. Ecco spiegato, perché i due messaggi non sempre sono all’unisono. Anzi, spesso per necessità il messaggio del Bianco viene messo a tacere dal contenuto del Nero, per evitare di esporre il lato più intimo e fragile di noi.

E’così che il Nero ed il Bianco sono i due protagonisti essenziali che muovono la trama della nostra storia; il Nero si mette in mostra, esprime se stesso coscientemente, ed il Bianco reclama la propria identità attraverso una muta ed inconscia presenza.  In questa dinamica si svolge e si tende il filo che unisce le due polarità. Come un gioco costante il detto ed il non detto, il conscio e l’inconscio, il Nero ed il Bianco si compenetrano, si complementano, ed uno contiene il seme  dell’altro. Il rapporto tra questi due elementi polari della scrittura è di particolare interesse per i grafologi, che attraverso questo dialettica Bianco-Nero, leggono ed interpretano l’equilibrata relazione tra la componente conscia ed inconscia dell’individuo. Infatti, non è il contenuto delle parole scritte l’oggetto di  interesse del grafologo, ma qualcosa che va oltre l’inchiostro, ed in questo caso, è proprio il Bianco che riflette quella parte misteriosa e celata che sta “dietro” le parole, e talvolta anche dentro il tracciato stesso, lasciando una indelebile e personale impronta digitale.

Come citato ne “Il gesto grafico, il gesto creativo” di Nicole Boille:
“Scrivere è un’attività simbolica, spaziale e temporale, con cui il gesto grafico s’inscrive su una superficie, lasciandovi la sua impronta, il suo ritmo, la sua energia, per modulare una forma stabilita dal codice linguistico”.

Proprio per questo motivo che, se volessimo volontariamente modificare la nostra scrittura nel tentativo di celare o camuffare la nostra identità, non ci riusciremmo, poiché grazie a questo linguaggio inconscio, la nostra volontà verrebbe tradita dalla nostra vera identità rivelata dal grafologo.

Nonostante gli studi diversificati che abbracciano vari aspetti dell’elaborato grafico, pilastro della grafologia rimane la contrapposizione tra la colata d’inchiostro che trasmette con il Nero un messaggio “esplicito”, ed il Bianco che emerge, accompagnato da altre numerose caratteristiche grafologiche che traducono il messaggio “implicito”. Questa antitesi e legame tra due poli opposti deve creare i presupposti dell’Armonia della scrittura che Crepieux-Jamin definisce come “fatta delle sue proporzioni felici, della sua chiarezza, dell’accordo fra tutte le sue parti”. Un equilibrio della scrittura è certamente il riflesso di un equilibrio del paesaggio interiore dello scrivente, sia intellettivo che emozionale.

Questo aspetto antitetico tra opposti che si armonizzano e complementano sono ancora in fase germogliativa  nella cultura occidentale, ma riflettono la stessa dialettica che affonda le proprie radici nella storia e cultura del lontano oriente, a cui la società occidentale sta rivolgendo un crescente interesse.
Si sta sempre più diffondendo la rappresentazione del simbolo del Tao, un cerchio (l’Essere globale) composto dalla reciproca e dinamica interazione ed opposizione dei due principali rappresentanti: lo Yin e lo Yang. E per non allontanarci dall’ambito simbolico della grafologia, sono proprio rappresentati dai due colori antitetici: il Bianco e il Nero.  Ma l’analogia non si ferma qui, se si analizza con maggiore dettaglio questa dialettica, si riscopre che anche in quest’ottica “olistica” si ritrova la polarità su cui l’uomo si struttura  e vive quotidianamente.








   Lo Yang
 Rappresenta la sinistra, la luce, il sole, il giorno, esteriorità ed esteriorizzazione,  dinamicità, forza e protezione, il principio maschile, il movimento, coscienza, il manifesto,  esplicito, conscio ….


       Lo Yin
rappresenta la destra, l’ombra, il buio, la notte, l’interiorità ed interiorizzazione, staticità,  creazione e nutrimento, il principio femminile, riflessione, istinto, il segreto, interno, implicito, inconscio…



Il messaggio “esplicito” che la coscienza trasmette attraverso la colata d’inchiostro: IL NERO, il messaggero del conscio.
Il messaggio “celato” che l’inconscio silenziosamente  rivela attraverso il “non scritto”:  IL BIANCO, il messaggero dell’inconscio.




               

L’unità globale (Tao) è costituita dalle due componenti inscindibili che ne danno forma, sostanza e significato. Attraverso la loro reciproca interazione si manifesta l’unità.  Così lo yin e lo yang, l’inconscio ed il conscio, Bianco ed il Nero, sono uno necessario all’altro, e solo quando interagiscono esprimono un significato che va “oltre le righe”.
            In termini grafologici, non ci sarebbe colata d’inchiostro se non ci fosse foglio ad accoglierla, ne il foglio trasmetterebbe un significato se non vi fosse lasciata alcuna impronta personale attraverso il gesto grafico.

Come disse Ania Teillard “la grafologia comprende due elementi: i segni grafici e la loro interpretazione. Il suo problema centrale è dunque quello del rapporto fra elementi visibili (i segni della scrittura) e elementi invisibili (i dati psicologici)”.

Jennifer Taiocchi